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Rassegna stampa:
da “Come”
mensile della Mondadori

E io studio da Hemingway

LE SCUOLE, GLI INSEGNANTI, I PREMI. PER CHI VUOLE DIVENTARE SCRITTORE

L'ispirazione? Una romantica idea. Il talento? Un dono. Da affinare con l'esercizio ed i consigli dei buoni maestri. E le "spintarelle"? Servono quasi sempre. Per poter pubblicare.

Dicono che siamo immersi nella civiltà dell’immagine. Sarà. Poi ti guardi attorno e scopri che ci sono 2 milioni di persone (proprio così: 2 milioni) indaffarate a scrivere senza che nessuno glielo abbia mai chiesto. Scrivono come degli indiavolati: a mano, a macchina, al computer.
Bombardano di ambizioni inedite le case editrici, le agenzie letterarie, gli scrittori affermati, i consulenti editoriali. I principali editori lamentano di ricevere da 50 a 60 dattiloscritti al giorno. Chi glielo fa fare? E chi lo sa... Rivolta ad un centinaio di francesi qualche anno fa, la stessa domanda non ebbe risposta. O meglio: ne ebbe cento. Come dire: nessuna. I più scrivono per piangersi addosso, raramente per allegria, quasi mai per raccontare storie o comunicare informazioni.
A volte è la ripicca a farli sedere davanti ad una macchina per scrivere. - Volevo fare lo scrittore perché avevo letto tutto quello che c’era da leggere su 007 e siccome ne volevo ancora me lo sono scritto da me. Ricordo il sorriso pietoso di mia madre quando l’ha letto. E forse ho continuato a scrivere per riuscire a dare una sberla a quel sorriso. -
Non va tanto per il sottile il genietto della narrativa nera scoperto tanti anni fa da quel nasone fino di Raffaele Crovi, a raccontare i suoi esordi quando era ancora un bimbetto implume.
Ma non ci si mette ad imbrattare carta solo per inseguire i fantasmi letterari. Si scrive tanto anche perché c’è in giro una sorta di leggenda secondo la quale con lo studio e l’applicazione si può diventare romanzieri fatti e finiti. Perciò si pubblicano tanti manuali sull’argomento. Per questo Fabbri ha scoperto un nuovo filone di dispense. Per la stessa ragione alcuni scrittori doc sono montati in cattedra addossandosi un impegnativo compito: quello di svelare ai neofiti il sortilegio di combinare inchiostro e carta bianca. Per avvicinarsi a questi mestieri di eleusini gli aspiranti spendono fior di milioni. - Più spendo più imparo, più imparo e più guadagno -, ragiona qualcuno. Ma è un ragionamento con qualche grinza...
Ne sono passati di anni da quando Alessandro Baricco, Lidia Ravera, Giuseppe Pontiggia, Dacia Maraini (per non citare che i più noti) hanno cominciato ad insegnare. Eppure non si sa di talenti sbocciati fra i banchi di quelle scuole. - La scrittura è una macchina emotiva e le emozioni non si fabbricano a comando - avverte Roberto Cotroneo, critico letterario e fustigatore per eccellenza - tutt’al più si può imparare a scrivere in modo diligente e brillante, mutando uno stile-. Il poeta Giovanni Giudici è ancora più drastico: - Come posso insegnare in che modo si fa una poesia? Se lo sapessi lo farei io -. E allora tutte queste scuole? - Possono servire a migliorare la qualità dell’espressione, a dare l’orgoglio di sapere scrivere una lettera d’amore, una petizione comprensibile, una relazioncina a modo, una tesina esauriente, fors’anco un raccontino - concede il poeta.
Ecco il punto: c’è l’abbicì della scrittura, altro che creative writing con dignità di pubblicazione. Strano a credersi, ma è più facile conquistare una donna con una lettera come si deve che con un tubo di Baci Perugina.

- continua il mese prossimo -

 

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